Lavorare troppo fa male, e in Europa l’Italia è tra i più stakanovisti

In questi giorni si sente molto parlare della proposta di Sanna Marin, la giovanissima nuova premier finlandese, di ridurre l’orario di lavoro a quattro giorni settimanali, ciascuno di 6 ore: “Una settimana lavorativa di quattro giorni, di sei ore ciascuno, con lo stesso stipendio. Perché non potrebbe essere il prossimo passo per la Finlandia? Otto ore sono davvero l’unica scelta possibile? Credo che le persone meritino di trascorrere più tempo con le loro famiglie, con i propri cari, dedicandosi agli hobby e altri aspetti della vita, come la cultura. Questo potrebbe essere il prossimo passo per noi”.

Nell’aprile dello scorso anno, in Italia, fu il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ad avanzare un’idea simile. Per capire la situazione attuale sull’ammontare medio di ore di lavoro per paese abbiamo preso gli ultimi dati OCSE, del 2018, visualizzandoli in una mappa. Dati che riportano l’Italia tra i paesi europei in cui si lavora di più, con 33 ore settimanali, contro le 30 ore della media europea (considerando i paesi presi in esame), e con una differenza di ben 7 ore dalla Germania, dove si lavora mediamente 26 ore.

Mentre Spagna, Portogallo e Irlanda mostrano più o meno gli stessi dati del Paese, sono l’Est Europa e la Grecia a mostrare un maggior numero di ore lavorative, mentre in Francia e nel Nord Europa la media si abbassa notevolmente. Oltre oceano, il Canada (32h/sett) e gli Stati Uniti (34h/sett) non si discostano particolarmente dall’Italia, mentre il Messico con le sue 43 ore risulta quello con l’ammontare maggiore a livello globale, seguito dalla Russia.



A colpire, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, è quanto i dati dimostrino inconsistente la narrazione dell’Italia come paese in cui si lavora poco. Oltre a una mappatura qualitativa, possiamo confrontare i vari dati nel tempo dal 2000 ad oggi. Per quanto riguarda l’Europa, il grafico mostra la Grecia parecchio discostata dagli altri paesi mediterranei, e la Germania a sua volta con una media notevolmente bassa (nel grafico sono evidenziati solo alcuni paesi, ma cliccando sui nomi delle nazioni si può selezionare quali rendere o meno visibili).



Un’ultima considerazione: come si legge dal sito OCSE, “le ore di lavoro includono lavoro regolare full-time e part-time, pagato e non pagato”. Tuttavia dobbiamo anche considerare – oltre al lavoro non regolare e quindi non considerato – quanto oggi stiano aumentando in molti settori contratti precari e/o freelance, che spesso per loro stessa natura sono difficilmente quantificabili in termini di ore effettive, distribuendosi nella giornata (e nella notte!) in modo pervasivo. In una fase del mondo del lavoro come quella attuale, è facile capire come il calcolo ufficiale delle ore lavorative sia una sottostima di quanto davvero si lavori considerando anche occupazioni precarie.

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